La mia storia, tra fallimenti e traguardi. — Valerio Labaro
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La mia storia, tra fallimenti e traguardi.

Scrivo queste righe perché sono dell’idea che le migliori collaborazioni nascano tra persone che si connettono ad un livello più profondo e umano.

Sto per raccontarti la mia storia, i miei traguardi ma anche i miei fallimenti.

È quello che ti racconterei davanti a una birra al primo incontro.

Sei pronto? Partiamo!

Come tutto ebbe inizio

Nasco a Genova da papà operaio e mamma impiegata.

I miei genitori sono cresciuti nel pieno del boom economico tra stabilità e spensieratezza.

Poi ad un tratto arriva la crisi che non risparmia nessuno, nemmeno la mia famiglia.

Io ero ancora un bambino ma vedevo i sacrifici che facevano i miei genitori per non farmi mancare nulla. Non li ho mai dati per scontati.

Da loro ho imparato i valori dell’umiltà e del sacrificio.

Il calcio e la creatività sono sempre state le mie 2 più grandi passioni.

Il tempo libero che avevo tra gli allenamenti e lo studio lo dedicavo alla mia vena creativa.

Da piccolo collezionavo adesivi ed etichette con i loghi dei brand stampati.

Il quadernone della scuola era ricoperto di adesivi e loghi riprodotti da me con pennarelli e Tratto Pen.

Non capivo perché lo facevo, ma ne ero affascinato.

Su PES, il videogioco di calcio, c’era l’editor interno che permetteva di creare manualmente pixel per pixel i loghi delle squadre e degli sponsor.

Così quello che prima facevo sul quadernone ho iniziato a farlo in digitale.

Inutile dire quante ore ci ho passato.

Poi sono cresciuto, è arrivato il primo computer e con lui si è aperto un mondo.

A 12 anni ho iniziato a sperimentare qualsiasi software mi passava tra le mani.

Sono arrivato addirittura a creare i volti in 3D dei calciatori da inserire sempre su PES. Le cose facili non mi piacevano proprio.

Questo era il progetto del quale andavo più fiero. Non si capisce che sono doriano, vero?

In quel periodo ho iniziato a sviluppare un approccio iper-organizzato. Tutto ciò che facevo iniziava a non essere più casuale.

Se prima la creatività era un bisogno fisiologico, da quel momento in poi è diventata il mio modo per approcciarmi alle cose.

Mi piaceva pormi obiettivi sempre più audaci per sfidare me stesso.

Per i miei amici ormai ero diventato “Quello bravo col computer”.

Ero un Nerd a tutti gli effetti anche se, per salvare le apparenze, cercavo di nasconderlo.

E infatti quando ho dovuto scegliere la scuola superiore è stato naturale scegliere l’indirizzo tecnico industriale con specializzazione in informatica.

Scelta che mi ha insegnato che la mia mente creativa non si prestava ad un approccio sistematico.

IL BIVIO

Avevo 19 anni e una volta finito il percorso di studi obbligatorio mi sono ritrovato davanti a un bivio.

Faccio l’università o inizio a lavorare?

Non è stato semplice fare una scelta perché mi è sempre stato detto che per lavorare devi “prendere il pezzo di carta”.

E io volevo lavorare perché volevo la mia indipendenza.

Però la volevo subito, non dopo anni.

Inoltre, non avevo ancora una chiara visione del mio futuro e per questo nessun indirizzo mi faceva pensare che ne valesse la pena.

Non mi è mai piaciuto fare cose a caso.

Così ho fatto la mia scelta e ho deciso di non frequentare l’università.

Inconsapevolmente stavo facendo la miglior scelta della mia vita.

OLTRE

Sembra controintuitivo ma non aver fatto l’università ad oggi è diventato il mio grande punto di forza.

Perché inconsapevolmente ho imparato ad andare oltre a quello che impone la formazione tradizionale.

Credo nel “Learn by Doing” (imparare facendo e sbagliando) perché l’ho provato sulla mia pelle.

Penso che sapere sia fondamentale ma se non sai metterlo in pratica diventa inutile.

Con questo non sto dicendo che l’università non sia importante, anzi, ma che c’è tantissimo altro, oltre…

E questo l’ho capito perché mi ci sono ritrovato.

Mi sono sempre spinto fuori dalla comfort zone ed è proprio lì che ho trovato la mia passione e la mia strada.

Questo schema ha cambiato completamente il mio approccio al lavoro e alla vita.

Tutto quello che so non l’ho imparato perché dovevo, ma perché volevo.

La curiosità mi ha portato a scavare più a fondo attraverso metodi non convenzionali.

Ho letto innumerevoli libri, seguito un’infinità di corsi e letto tonnellate di articoli di blog.

Questo non solo in italiano ma anche e soprattutto in inglese, per non limitare la mia formazione.

Ma quindi, come ho iniziato a lavorare senza il “pezzo di carta”?

La crisi

Era autunno, fuori pioveva e io mi trovavo a casa davanti al mio fedelissimo computer.

Tra i tanti annunci di lavoro, quasi tutti porta a porta, ne trovo uno che fa per me: Graphic Designer Junior in una società di Lighting Design.

L’unico requisito richiesto era un portfolio di lavori, che comunque non avevo.

Così mi sono presentato al colloquio con una penna USB piena di progetti fatti per puro divertimento, tra cui quei volti in 3D per PES.

Dopo una settimana mi arriva una chiamata, ero stato assunto.

Alessio, il capo, è stata la prima persona ad aver creduto nel mio potenziale quando nemmeno io stesso ci credevo così tanto.

Questo sono io diciannovenne, alle prese col mio primo lavoro.

Andava tutto per il meglio ma dopo qualche mese mi ritrovai di nuovo senza lavoro perché non serviva più un Graphic Designer all’azienda.

Ero di nuovo al punto di partenza ma questa volta non riuscivo più a trovare lavoro.

Ho iniziato a pensare che il mio fosse stato solo un colpo di fortuna, così la mia autostima scese sotto ai piedi.

Ho fatto colloqui per lavori che non mi piacevano come per esempio il tabaccaio. Colloqui che per mia fortuna andarono male.

Stavo affrontando una brutta crisi di identità, non sapevo più né chi fossi né cosa volessi.

Poi, grazie ad un annuncio su un autobus visto per caso da mia madre, scopro una scuola di Graphic Design in città. Mi iscrivo e si riaccende la fiamma.

Questo evento ha innescato una serie di circostanze positive, su tutte RocketMind.

RocketMind

Così torno sui miei passi e decido di investire tutto sul Graphic Design.

Nello stesso periodo conosco Emanuele ed Alberto, due ragazzi universitari che rispettivamente studiavano Economia e Informatica.

Insieme avevano già svolto alcuni lavori paralleli allo studio per fare pratica e iniziare a guadagnare qualcosa.

Gli mancava solo una figura che ricoprisse il ruolo di Graphic Designer per completare il team.

Durante un aperitivo nel centro storico di Genova mi propongono di costituire con loro una società di Digital Marketing.

Nacque così RocketMind S.r.l.s.

Ai tempi avevo 21 anni, pochissima esperienza ma tantissima voglia di fare.

Così ho pensato “Vaffanculo, mi butto! Cosa ho da perdere?”

Siamo partiti da un ufficio di 15 metri quadri. Questa foto sfocata è l’unico reperto che sono riuscito a trovare.

Funzionava talmente bene che nel giro di pochi mesi ognuno di noi 3 gestiva dei dipendenti ai quali delegavamo il lavoro. Nel mentre ci siamo spostati a Chiavari in un ufficio 5 volte più grande.

Foto di E. Panzacchi

Tra i nostri clienti c’era anche Wyscout: piattaforma leader mondiale sulla Match Analysis nel calcio.

Oggi divido la mia vita in A.R. (Avanti RocketMind) e D.R. (Dopo RocketMind) perché è stata l’esperienza più importante della mia vita lavorativa, quella che ha cambiato completamente la mia mentalità.

Prima vivevo il lavoro in funzione dello stipendio a fine mese. La classica mentalità del dipendente.

Questa esperienza mi ha insegnato che c’è un’altra strada, quella dell’imprenditoria, dove tutto ciò che guadagni dipende da te.

È da questo momento in poi che ho iniziato a investire seriamente su me stesso e sulla mia formazione.

Sembrava tutto perfetto, un bel lavoro e dei colleghi che prima di tutto erano amici.

Poi la caduta. Mettere d’accordo 3 teste non è affatto semplice.

Non c’erano più i presupposti per proseguire insieme e così sciogliamo la società.

Sono di nuovo senza lavoro, però questa volta con la piena consapevolezza di ciò che sono e cosa voglio.

La Partita IVA

Dopo una successiva nuova esperienza come Graphic Designer interno di un’altra azienda, ho metabolizzato definitivamente che lavorare da dipendente non faceva più per me.

Il lavoro era poco stimolante e a fine giornata avevo poco tempo ed energie per continuare ad approfondire la mia formazione.

Ormai la mia mentalità era cambiata.

Non volevo più dipendere da nessuno, se non da me stesso.

Da qui la svolta, decido di aprire Partita IVA.

Inizio a lavorare da casa. La prima postazione non era proprio il massimo.

Inizio a farmi conoscere in città attraverso lavori per conoscenti che a loro volta hanno fatto partire il passaparola.

Poi espando i miei orizzonti anche fuori Genova grazie ai social, lavorando da remoto.

Nel mentre ho sfruttato il fatto di poter organizzare la mia giornata per inseguire il mio obiettivo: imparare tutto sulla Brand Identity.

Mi sono informato sui migliori percorsi universitari italiani e ho iniziato a colmare le mie lacune leggendo tutti i libri di settore.

Poi la mia inguaribile curiosità mi ha spinto a volerne sapere sempre di più.

Per questo oggi mi definisco un eterno studente, credo che ci sia sempre qualcosa da imparare.

Ed è grazie a questa curiosità che è nato Brand Evolution.

Brand Evolution

Con la Partita IVA ho lavorato diversi anni da remoto come Brand Identity Designer.

Fondamentalmente progettavo l’identità visiva del brand.

Avevo introdotto un metodo che consisteva nel definire col cliente la direzione da prendere prima di passare alla progettazione.

Perché credo che prevenire sia meglio che curare.

Senza rendermene conto stavo già facendo consulenze strategiche.

Ero fiero del mio lavoro e guadagnavo bene, non potevo certo lamentarmi.

Anche il mio ufficio da remoto aveva fatto notevoli passi in avanti.

Questo è andato avanti fin quando non mi sono accorto che in quello che facevo c’era un grande problema di base.

Prima di iniziare ogni progetto inviavo un questionario con alcune domande mirate.

Sulla base delle risposte costruivo la Brand Identity.

Ad un tratto mi sono accorto che le risposte erano sempre le stesse:

“Siamo migliori, siamo innovativi, siamo leader, offriamo più qualità”

Oppure il mix letale:

“Offriamo un prodotto migliore a un prezzo inferiore”

Quando chiedevo perché il loro prodotto/servizio fosse migliore ricevevo sempre risposte confuse e generiche.

Il problema è che poi il messaggio che passa è questo: confusione.

E una persona confusa è una persona che non acquista.

Queste aziende si aspettavano che il mio intervento facesse aumentare le loro vendite, ma la realtà è che nessuna Brand Identity poteva colmare quel vuoto.

Così ho cercato una soluzione per chiarire quella confusione, fin quando un giorno trovo la risposta a tutte le mie domande.

A queste aziende mancava il tassello fondamentale: la Brand Strategy.

Purtroppo questo succede perché in Italia c’è troppa disinformazione su cosa è il brand e come funziona.

Immagina un albero: la strategia è la radice, l’identità è l’albero in superficie.

La strategia radica il brand nella mente delle persone mentre l’identità lo rende riconoscibile.

Se non sei nella loro mente non esisti. Se non esisti non vendi.

Quindi, che senso aveva rendere riconoscibile qualcosa che non esisteva?

Ecco perché la Brand Identity da sola non basta per fare un brand.

In quel momento mi sono sentito complice di un sistema italiano antiquato che non funziona.

Cosa potevo fare per cambiare le cose?

Più approfondivo la Brand Strategy e più scoprivo che, inconsapevolmente, stavo già facendo qualcosa di simile.

Così mi son detto: “Ok, è la mia strada, andiamo fino in fondo”.

Da quel momento è arrivata la svolta, l’evoluzione definitiva.

Ho sostituito il questionario con consulenze sulla Brand Strategy a tutti i miei progetti con risultati che prima non credevo possibili.

Per risultati non intendo premi personali di design fine a sé stessi.

Intendo che non ero più io a ringraziare i clienti per aver scelto di lavorare con me, ma loro a ringraziare me per l’impatto del mio lavoro sulla loro azienda.

In quel momento ho iniziato a sentirmi al posto giusto.

Da questa unione tra Brand Strategy e Brand Identity è nato Brand Evolution: l’unico percorso guidato che tocca tutti i punti fondamentali per evolvere la tua azienda in brand.

Perché senza strategia non può esserci evoluzione.

Tutto questo l’ho fatto in funzione di un obiettivo ambizioso: portare la cultura del branding alle aziende italiane.

Perché credo che nella giungla odierna sopravvive solo chi si evolve in brand. Gli altri sono destinati ad estinguersi.

Dall’altra parte più le aziende sono consapevoli che evolversi in brand è un passo fondamentale, più vengono valorizzate tutte quelle figure professionali che lavorano nel branding.

È una situazione dove vincono tutti, aziende e designer. Niente più “cuggini” o inutili meme denigratori sui clienti.

Per questo d’ora in poi combatterò ogni giorno la disinformazione sul branding.

Il viaggio è lungo, l’obiettivo è ambizioso. Per questo ti invito a seguirmi lungo il cammino.

Perché solo insieme possiamo cambiare le cose e raggiungere la meta.

Conosciamoci

Se sei arrivat* fin qua devo assolutamente ringraziarti.

Vedi, non è stato semplice raccontare la mia storia perché di solito non mi piace parlare di me, anzi, il mio lavoro si basa sull’aiutare gli altri.

A proposito, mi piacerebbe che questa volta sia te a farti conoscere.

Cliccando qui puoi accedere al modulo di contatto.

Ti invito anche a connetterti con me sui social dove condivido contenuti formativi sul brand ogni settimana.

Per ora è tutto, spero di conoscerti presto.

Un abbraccio,
Valerio